Ghost in the Shell: i pericoli dell’AI nelle auto
L’adozione della Physical AI nei veicoli moderni trasforma le vulnerabilità software in minacce cinetiche letali, invalidando i tradizionali standard di sicurezza deterministici a favore di un’incertezza probabilistica che mette a rischio la vita umana.
Mentre l’industria automobilistica accelera l’integrazione di sistemi decisionali autonomi, la superficie di attacco si sposta dal cloud direttamente agli organi di controllo fisici dei veicoli. I vecchi paradigmi di protezione informatica, tarati su sistemi isolati e deterministici, crollano di fronte a reti neurali che controllano sterzo e freni. Il risultato è una nuova era di rischi in cui un difetto di ragionamento dell’AI o una violazione di rete si traducono immediatamente in un impatto fisico reale.
La fine dell’algoritmo deterministico e l’era della Physical AI
Fino a ieri, il software di un’auto era noioso. E la noia, nell’ingegneria della sicurezza, è una benedizione. Un sistema deterministico segue una logica lineare: a un determinato input corrisponde sempre, inevitabilmente, lo stesso identico output. Se premi il freno, la pinza stringe il disco. Oggi l’integrazione della Physical AI cancella questa certezza, introducendo una logica probabilistica nei sistemi di attuazione fisica del veicolo. Sterzo, acceleratore e frenata non rispondono più solo a comandi rigidi, ma alle interpretazioni statistiche di una rete neurale.
Questa transizione sposta il rischio su un livello completamente nuovo. Come sottolineato da Ziv Chang di VicOne, i veicoli moderni possono adottare comportamenti non sicuri e potenzialmente letali anche senza che si verifichi un cyberattacco convenzionale o che sia presente un bug software nel codice. Basta un’illusione ottica, una lettura errata dei sensori o una deviazione statistica nel modello di deep learning per provocare una manovra improvvisa e incontrollata.
A peggiorare lo scenario interviene la fragilità del codice che circonda queste intelligenze artificiali. Secondo i dati rilasciati da PCA Cyber Security il 29 Luglio 2026, nel solo Q2 2026 sono state scoperte ben 161 vulnerabilità automotive ad alta gravità (high-severity), un numero più che raddoppiato rispetto alle 75 identificate nel primo trimestre dello stesso anno. L’aspetto più allarmante è che il 94% di queste falle è caratterizzato da una bassa complessità d’attacco. Significa che non serve un team di scienziati statali per sfruttarle: un malintenzionato con competenze medie e strumenti standard può violare sistemi critici che comunicano direttamente con la dinamica del veicolo.
Telematica e Cloud API: la serratura digitale esposta
Il vero tallone d’Achille delle auto connesse non si trova sotto il cofano, ma nei server remoti e nelle applicazioni installate sui nostri smartphone. Le companion app e le API telematiche rappresentano oggi il principale vettore d’ingresso per i criminali informatici, agendo come una serratura digitale costantemente esposta alla rete pubblica. I produttori hanno creato ecosistemi cloud per permetterci di climatizzare l’abitacolo o controllare la carica della batteria da remoto, ma hanno contemporaneamente aperto un’autostrada per i black hat.
I dati pubblicati da Upstream Security il 3 Marzo 2026 parlano chiaro: il 92% degli attacchi informatici nel settore automotive durante il 2025 è avvenuto da remoto. Di questi, l’86% è stato eseguito senza alcuna necessità di vicinanza fisica al veicolo bersaglio. La telematica e le API dei sistemi cloud sono state sfruttate come vettore principale di ingresso nel 67% dei casi complessivi.
Non stiamo parlando di scenari teorici da laboratorio. A metà 2025, diverse campagne di attacco hanno preso di mira proprio le companion app dei proprietari di veicoli connessi. Gli hacker hanno sfruttato falle di autenticazione nelle API per accedere da remoto ai sistemi di controllo, bloccando i legittimi proprietari fuori dalle proprie auto. Per ripristinare l’accesso alle portiere e consentire l’accensione del motore, le vittime si sono viste recapitare richieste di riscatto direttamente sullo schermo del telefono. Quando la chiave della tua auto diventa un endpoint API non protetto, chiunque controlli quell’endpoint controlla la tua mobilità.
La catena di fornitura e la minaccia dei ransomware
La vulnerabilità del settore non si limita ai singoli veicoli in circolazione, ma risale l’intera filiera produttiva e logistica. La smart mobility si basa su una catena di fornitura globale estremamente frammentata, dove un singolo componente software open-source o un microchip difettoso può compromettere la sicurezza di milioni di vetture di marchi diversi. Questa interconnessione rende l’industria un bersaglio perfetto per i gruppi ransomware, che hanno capito come il blocco della catena di montaggio sia lo strumento di estorsione più redditizio in assoluto.
Nel corso del 2025, gli attacchi ransomware hanno rappresentato quasi la metà degli incidenti informatici totali registrati nell’intero comparto della mobilità, registrando una crescita esponenziale rispetto agli anni precedenti. Il caso più eclatante ha coinvolto il gruppo Jaguar Land Rover, che ha subito un blocco totale della produzione globale durato circa 40 giorni a causa di un devastante attacco ai propri sistemi informatici. Un fermo produttivo di questa portata non si traduce solo in perdite finanziarie colossali per il costruttore, ma dimostra come l’infrastruttura industriale dietro i veicoli intelligenti sia drammaticamente esposta a ricatti digitali capaci di paralizzare interi mercati.
I buchi neri normativi e l’illusioni dei Bug Bounty
Mentre i veicoli di nuova produzione devono sottostare a rigidi standard di conformità come la normativa UNECE R155 per la cybersecurity automobilistica, esiste una terra di nessuno normativa che mette a rischio l’intero parco circolante. Il Cyber Resilience Act (CRA) europeo, concepito per imporre requisiti di sicurezza ai prodotti digitali, presenta una clamorosa esenzione per gli accessori post-vendita e per le scatole nere assicurative. Questi dispositivi vengono collegati direttamente alla porta OBD-II dei veicoli, ottenendo un accesso di basso livello al CAN bus (la rete interna che scambia i messaggi tra le centraline di sterzo, freni e motore), senza dover garantire gli stessi standard di sicurezza imposti ai costruttori.
Per tentare di arginare l’emorragia di vulnerabilità, alcuni produttori si affidano ai programmi di Bug Bounty. Tesla, ad esempio, offre ricompense che arrivano a 100.000 dollari per chiunque riesca a trovare falle critiche nei suoi sistemi. Si tratta però di un’illusione di sicurezza puramente economica. Centomila dollari sono una cifra irrisoria se paragonata ai profitti generati dal mercato nero del cybercrime: sul Dark Web, l’accesso esclusivo alle API di telematica che controllano intere flotte di veicoli aziendali o di servizi di sharing viene venduto a cifre nell’ordine dei milioni di dollari. Pensare di fermare i gruppi criminali organizzati con le mance dei programmi di vulnerabilità coordinata è, nella migliore delle ipotesi, ingenuo.
In sintesi
Per proteggersi dall’esposizione delle companion app e dei dispositivi personali che comunicano costantemente con l’auto, gli utenti devono adottare misure drastiche di sicurezza crittografica e offuscamento IP. L’utilizzo di VPN verificate con no-logs policy certificate, come Surfshark, Proton VPN o NordVPN, rappresenta un primo passo essenziale per isolare il traffico dati generato dagli smartphone verso il cloud automobilistico. Schermare la propria identità di rete riduce drasticamente la visibilità dei dispositivi mobili, mitigando i vettori d’attacco remoti prima che questi possano raggiungere i sistemi fisici di bordo.